Lontano ti precede lo sfavillio degli occhi
nella notte persa o sotto l’astro meridiano
di quarzo rutilato rilucono brillanti:
nobili metalli giunti da altri mondiCorpo celeste, qualunque incontri attrai
e d’orbitare intorno a te non si sottrae
La voce tua non musica ma spazio
in cui la musica riecheggia:
parola a te rivolta in tua risposta suona
e solamente poi, significa.
*
La stazione interplanetaria abbandonata continuava a orbitare da quasi due secoli attorno al pianeta, nonostante nessuno sembrasse farci più caso. Considerando il fatto che la totalità di noi fosse nata dopo l’Evento, possiamo dire che ciò era in un certo senso se non ovvio, perlomeno comprensibile.
E intanto lei orbitava, colossale, ricordandoci di un passato non poi tanto remoto, oscurando i cieli di quando in quando, facendo velo fra le nuvole e le stelle, immersa nella foschia della distanza. Ciò che erano stati forse i suoi motori adesso erano occhi, asimmetrici imperscrutabili sospesi fra la forza gravitazionale e l’abisso delle tenebre. Occhi enormi e profondi che, nelle ore notturne, si facevano per quanto possibile ancora più inquietanti, quando tutti i fuochi in questa parte ancora calda del pianeta erano accesi per non condurci alla follia nel nostro andare alla deriva verso l’oscurità opprimente dello spazio.
A nessuno sarebbe mai venuto in mente di raggiungerla, seppur certi che lì, a qualche centinaio di migliaia di unità di distanza dal suolo, avremmo avuto la speranza più concreta di trovare risposta ai nostri quesiti: non avevamo più i mezzi ed eravamo rimasti in pochi.
*
Tu stai lì seduta e assorta, mentre prosegue la lezione fai girare tra le dita la matita; io ti osservo da lontano, in mezzo ai tuoi compagni, ti vedo di profilo.
Dio se sei bella, Eliconia!
Ogni tanto mi lanci quel tuo sguardo e ti sorrido, tu ricambi, sempre, con una smorfia. Mi piace questo di te, mi piace il tuo essere in un altro posto mentre stai fra di noi, mi piace che sei viva. Che sei viva per davvero, mi piace come ridono i tuoi occhi, sempre, come ridono di me e anche di te.
Ma siamo lontanissimi.
E forse è giusto così, lo si impara con il tempo. Si impara che le stelle sono lì per non essere raggiunte mai, benché la loro luce ci raggiunga ovunque siamo, soprattutto nell’oscurità: si chiama desiderare.
*
Di rose e di mirti
il capo cinto chini
fra fronde fresche
e rilucenti ruscelli
la veste leggera
s’impiglia;
incantevole incespichi
su l’erba
t’adagi –rugiada–
caviglie e polpacci
e le cosce
e in mano la lira
e il plettro ne l’altra
Erato
Vibra per me le tue corde
di desiderio nel vento
per lei il mio canto ispira
e spirando raggiungila
ovunque si trovi
*
Ma come ti permetti a infestare i miei sogni, fantasma di ciò che vorrei, che nel sonno mi lusinghi?
Godo dell’imbarazzo di trovarci soli in una stanza, per qualche istante, mentre nell’altra tutti fanno festa. Sappiamo entrambi che non si può, che non si deve e questo stato d’animo è palpabile. Una risposta generica data prima che un’inutile domanda di circostanza venga del tutto formulata, l’aria elettrica fra due mani che si passano un sacchetto. Esco fuori dalla stanza, sento fisicamente i tuoi occhi su di me mentre di spalle mi allontano. Mi fermo sulla soglia e osservo gli altri fare baldoria. Sembrano essere tutti in cerca di legami, di connessioni, di segnali, di ciò che invece fra me e te già c’è. Li guardo, sorrido, la tua mano mi solletica la schiena mentre mi chiedi di passare. Lo sai dove ci porta tutto ciò, lo so bene anch’io. Eppure ci convinciamo in qualche modo che non sia così, che nutriamo in fondo la nostra stessa curiosità quando curiosità non è, è certezza.
*
Mi sembra di aver già vissuto cento volte questi istanti che preludono al cambiamento. Succede sempre allo stesso modo: s’accumula una sensazione sopra l’altra, occupando spazio fisico e togliendomi il respiro. Annaspando cerco di raggiungere una bolla d’ossigeno, che puntualmente esplode poco prima che possa raggiungerla. M’abbandono al desiderio di dire ciò che non penso, ciò che transita senza permesso, tutto ciò che vuole essere detto. Non sono io, non so chi è che parla. Sento soltanto il bisogno atavico di prestarmi come strumento al vero, consapevole che poi soltanto io ne subirò le conseguenze. Anche questo è un modo di prendersi delle responsabilità. Né genitori né figli, vorrei nascessimo dal nulla, io e te, per conoscerci così come siamo. Nessun retaggio ricevuto o da tramandare, in purezza io e tu. Questo deve essere il divino.
*
Controluce
-capelli raccolti
fra rose e bacche
di mirto-
la nuca china drizza
l’occhio alla lama
gentile
che rapida il sottile
polso nudo affonda,
percotendo il tagliere,
nella cipolla.Della cetra in sottofondo
il dolce suono
s’effonde e confonde
dall’impianto al buon
odore del fondo bruno
che doviziosamente
canticchiando rimesti
soave e leggera
per l’amore tuo
ch’a breve sarà di ritornoMa dopo cena, stasera
al tavolo tra le tue amiche
mentre con lei sorseggerai
boulevardier
parlale di meinocula dolcemente
veleno, che frema
per le tue stesse parole
infuse di brama
insinua sottese promesse
intanto che le sue dita
tese sfiori
fissala negli occhi
accennale un sorriso
sii ardita:
fa’ che di me s’innamori
*