II.

Lontano ti precede lo sfavillio degli occhi
nella notte persa o sotto l’astro meridiano
di quarzo rutilato rilucono brillanti:
nobili metalli giunti da altri mondi

Corpo celeste, qualunque incontri attrai
e d’orbitare intorno a te non si sottrae

La voce tua non musica ma spazio
in cui la musica riecheggia:
parola a te rivolta in tua risposta sona
e solamente poi, significa.

*

La stazione interplanetaria abbandonata continuava a orbitare da quasi due secoli attorno al pianeta, nonostante nessuno sembrasse farci più caso. Considerando il fatto che la totalità di noi fosse nata dopo l’Evento, possiamo dire che ciò era in un certo senso se non ovvio, perlomeno comprensibile.
E intanto lei orbitava, colossale, ricordandoci di un passato non poi tanto remoto, oscurando i cieli di quando in quando, facendo velo fra le nuvole e le stelle, immersa nella foschia della distanza. Ciò che erano stati forse i suoi motori adesso erano occhi, asimmetrici imperscrutabili sospesi fra la forza gravitazionale e l’abisso delle tenebre. Occhi enormi e profondi che, nelle ore notturne, si facevano per quanto possibile ancora più inquietanti, quando tutti i fuochi in questa parte ancora calda del pianeta erano accesi per non condurci alla follia nel nostro andare alla deriva verso l’oscurità opprimente dello spazio.
A nessuno sarebbe mai venuto in mente di raggiungerla, seppur certi che lì, a qualche migliaio di unità di distanza dal suolo, avremmo avuto la speranza più concreta di trovare risposta ai nostri quesiti: non avevamo più i mezzi ed eravamo rimasti in pochi.