Ricordo l’albero nodoso di ulivo solitario fermo al crocevia secolare torreggiare sulle selci polverose che argentine si spargevano nell’aria torrida opprimente. Piedi scalzi di infanti arrampicare le cortecce acri e viscose, lisergiche le resine piangenti.
Si staglia una tortora sul grigio cielo chiara fra le fronde fitte, in parallasse le altre immobili in silenzio; il suono d’aria ch’arde e degli insetti, i quali sotto l’enorme astro rovente l’ali incendiano.
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Questo luogo, sospeso nel tempo, separa e unisce tre agglomerati suburbani. Ekecheiria delle bande di quartiere, di ragazzini in bicicletta su gomme da sterrato, avamposto della campagna non ancora urbanizzata. Soffia un vento caldo di giorno e fresco la sera, mentre l’ombre si stendono di qua dai cancelli, dai cancelli senza mura cinti solo dal profumo delle zagare.
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Baciami di un amore adolescente
reclina sui rami, nude le gambe
regina, regina dall’arborescente
chioma e gli occhi di diamanteSolo tu m’hai udito vivere
respiro puro, e il tuo sospiro
durato un solo istante
-per cui l’eterno esiste–
ancor mi sfiora
*
Tra le rovine de la città antica in cima al colle smunto le mura sgretolate di macigni mormorano al tempo muto, e non cresce nulla. Soltanto l’ombre de l’alte arcate in pietra gialla si fanno solcare friabili dal terreno arido, che le affoca e ne scontorna i bordi lungo il giorno. Le imposte sbarrate, gli attrezzi della pesca rastrellati lungo le crepe di mura gessose intarsiate dal vento salmastro. Nei secoli s’avvicendano le trame, di sconosciuti muscoli e di memorie che ne fecero la storia, mentre tutto ciò che permane è in perenne declino. Così trascorre il dì, come un ricordo aragonese, fra spirali di colonne oro e bianche che sbucando dalle sabbie s’inerpicano lungo le loro stesse architetture, intervalli in cui s’intersecano barlumi di culture che ospitano congerie, miseria e forse, perché no, la vera felicità.
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Lo senti lo sfrigolare salino su la superficie dell’onde e come s’increspa l’abisso oscuro ai riflessi del sole cocente nel vento che alimenta i motori di queste bianchissime nubi? Mi rubi i pensieri, le parole, il tempo. Il suono profondo di un treno culla le notti dacché fummo adolescenti, imberbi le colline, trafitte da rugginosi binari, che seguivano a debita distanza il corso della nostra vita, di città in città più grande e poi le rocce, a strapiombo giù sul mare.
Lo senti lo stridore delle rotaie? Nello stato confusionale affino l’arte e mantengo il decoro, protraggo il tempo su slanci di idee che proiettili trascinano il pensiero perforando lo spazio. Si effondono perlacee particelle luminose su la superficie di quell’onde che il vento porta, lontane, con sé. Un barbaglìo di sobrietà mi desta, ma tosto m’assopisco ancora oggi all’ombra di uno scoglio rigoglioso d’alghe fresche e di un tronco sbianchito dalla salsedine.
*
Ché men io ti conosco
com’ più tu mi ti mostri
e in sogno mi tormenti
incanto d’ombre sul finir del giorno
tutta notte
e all’albeggiare narcotico miraggio
e ne la veglia, spettrale
appari e m’accompagni
tutto il giorno
nei pensieri, la mente
unico tarlo, assidua
mia trafori: luce
intermittente, suono
di pioggia battente
tuono in lontananza,
fatta della stessa
sostanza del ricorrente
*
Fuori da questo ristoro, sotto portici imponenti del ricordo di ciò che fu Bologna, di ciò che fu e di ciò che era stata, Natali dopo mi ritrovo. Fuori dal ritrovo dei briganti alto tenenti calici e boccali, consumando pagani baccanali in giorni sacri a taluni, talaltri debosciando perdono i pudori. Tra questi, il me di allora, infelice nella notte gioiosa si da da fare per trascinare chi ama fra i cumuli di neve nera posta ai bordi di marciapiedi sporchi adusi al piscio, fra le arcate.
Francesca! I tuoi sospiri
Li ho rincorsi per le strade [sopra e sotto] dell’Europa occidentale, dentro e fuori [fin la città dell’orso] contemporanee capitali, cinte dal fiume sabbioso, accidentali i templi sottratti pietra a pietra, la Grande Via! Andate e forse ritorno, da e ne la mente sopraffatta -troppi fumi- m’andavo trascinando per la mia città dolente declamando un Dante sbiascicato nella notte, precisamente, come un mentecatto.
Modi patetici d’amare, ch’a lagrimar mi fanno tristo e pio.
*
La metropoli soffocava il suo respiro ampio schiacciando i pensieri al suolo coi suoi rari marmi imponenti. L’aria desertica infuocava i lastricati sferzati da folate pungenti, sabbiose di scirocco, che trapassavano i tessuti penetrando i corpi. In un’isola africana poco distante sotto la roccia vulcanici getti d’aria bollenti pervadono i nostri apparati respiratori, li sopraffanno.
*
Sovverti la norma percettiva
pervertila, rovescia e muta
inverti la regola cognitivaRiversa dal processo che tramuta
te stesso, il concetto stesso
che provoca vertigine profonda
sprofonda nella voragine
della tua immagine riflessaCambia la prospettiva, cessa
dentro quell’acque il foco
affonda e fatti trasportare
un poco alla deriva dalla viva
corrente che mai non resta
e fluisce, dentro la quale
la certezza svanisce.
*
Ci avventavamo come bisce, strisciando sottobosco nella notte silenziosa. Sotto galassie distanti possibili futuri si dipanavano alla stessa velocità a cui i fari disvelano l’asfalto, proiettandosi fra l’ombre del presente. Appollaiati sulle marne, sotto la luna a picco e il mare nero, piccole braci incandescenti danzano rapidamente da una bocca all’altra, tratteggiando forme astratte su tele di fumo che piano si diradano e rapide si addensano, consumandosi fra le risa di parole sospese nell’aria ferma d’agosto. Addentavamo la notte, affondando gli artigli nella sua pelle per immobilizzarla e ritardare la venuta del giorno: mentre il mondo dormiva noi eravamo svegli.
Stringimi forte le mani, fammi sentire come ci si sente a non esser soli, trasmettimi tutto il calore che emani, il calore di mille soli nel vuoto, fammi compagnia.
A distanza di anni luce da qui c’è un posto in cui le madri stanno affacciate ai balconi per godersi la brezza estiva pomeridiana e chiacchierano tra loro di futilità, mentre le figlie in miniera effettuano scavi per la costruzione di un altro cantiere astronavale. I cani sdraiati all’ombra sonnecchiano muovendo in sogno tutte e sei le zampe. Anche io li sogno ogni notte, so per certo delle loro esistenze, dei loro problemi, conosco la loro quotidianità. Penso di essere entrato in questo stato di dormiveglia perenne nel quale vivo, amo, lavoro e bestemmio -ma che è soltanto un’allucinazione- tanti anni fa. Sono certo che il mio corpo adolescente si trovi ancora lì, sdraiato a pancia in giù su quella sabbia bagnata dalla notte, al 37°17’23.1″N 13°28’27.3″E, che cerca di controllare il suo respiro mentre tutti voi, amici miei, siete lì al mio fianco; riesco a percepire distintamente le vostre risa, di quando in quando, da decenni, mentre in realtà sono passati soltanto pochi minuti. Pochi minuti nei quali sono cresciuto, disilluso, ormai sdegnato dalla piega che prendono prima o poi tutte le cose, raggomitolato nella comodità di una vita semplice, misantropa.
Voglio stare solo con me stesso e al massimo solo con te; che canti:
Che danno può mai farti
l’acido lisergico
che si diffonde e poi svanisce
nell’organismo
e non lascia traccia, non lascia traccia
ma solamente
un ricordo di sé
Che danno fa
la dietilamide
che stimola, che stimola
la tua fantasia
Lecca il francobollo
due gocce l’hanno intriso
vieni , vieni a farti un giro
e non torniamo più:
non torneremo più.
*
In un’area di servizio nel bel mezzo della pianura diserta, le luci al neon illuminano una notte senza luna mentre poco fuori dal perimetro di rifornimento un cielo nero colmo di galassie incombe, titanico. L’eco tonante del motore di un’auto rimbomba nel vuoto e si perde nella distanza, divenendo a sua volta rumore di fondo dell’universo. Alla guida, furiosamente, Tisifone dai lunghi capelli bronzei, ricci raccolti in una fascia che copre la fronte, famelica divora le tenebre, con due occhi grandi come fari che addentano l’asfalto. Questa notte si canta l’inarrestabile vendetta, lo sanno le cavallette che hanno smesso di frinire. Questa notte si compie l’irrevocabile. Tisy è in preda all’eccitazione, il suo cuore pompa sangue e adrenalina così come il V8 aspirato sotto il suo culo marmoreo brucia combustibile fiondandola verso il rendez-vous notturno. Gli pneumatici si consumano con l’alta temperatura dell’attrito, il loro sibilo è un ghigno di spiriti che s’appressa speditamente dall’oltretomba.
Il tappeto della notte scivola veloce sotto le gomme che riavvolgono lo spazio come un nastro. Dall’altro capo di questo, seduta su una ringhiera e incappucciata nella sua felpa leggera, rabbiosa si consuma assieme alla sua paglia Aletto. Trepidante attende che la sorella si faccia viva, impaziente di tendere l’imboscata a Citerione.
Su sui lumi s’inerpica la nebbia scura cingendo l’asfalto in un abbraccio di fumi e led di posizione. Sul ciglio della carreggiata corpi riversi d’arbusti secchi sussultano indicando la direzione di marcia, intervallati da segnaletiche che stanotte, al pari di certe ultime volontà, non verranno rispettate. La vendetta non è castigo, ma liberazione che non ammette negoziati.
Il nervoso tintinnare della latta contro la latta -quella che contiene la birra scura 6% ABV contro quella dell’abitacolo che contiene Lei- immediato si diffonde riecheggiando sui guardrail e si distorce in un feedback metallico di ritorno che rientra dal finestrino aperto dal quale penzola il braccio di pelle meticcia interamente intarsiato da motivi d’appassimento floreale incisi con colori tenui e opachi che tiene salda la bevanda, mentre anche Eolo sospinge propizio.
*
Questa notte sono sola
ripercorro vecchie strade
Le riempio coi ricordi,
le popolo di me.E dietro un angolo
mi sembra di vederti
ma è un’ombra
di ciò che fosti,
di ciò che fummo.Ripercorro senza te
le stesse strade che
ci hanno condotto
dove siamoChiedendomi
se ogni tanto
capita anche a te
*
Quando finì di parlare, si spense.
Il tempo a sua disposizione era terminato e non avrebbe mai più avuto occasione di aggiungere altro. D’altronde, non è così che funziona per tutti?
Sovente siamo portati a pensare, in maniera del tutto irragionevole, che l’universo sia regolato da razionalità e logica. Non esiste speculazione più scriteriata e priva di senso! La Natura è ostile, oscura, e soprattutto sfugge ad ogni restrizione logica, ordine o legge che l’essere umano ha da sempre provato ad affibbiarle.
È chiaro che la ragione sia soltanto l’emersione sporadica di un’anomalia solitamente sommersa dall’oceano della follia, e che con tutta probabilità da quest’ultima sia generata. Così come un atollo nel mezzo del Pacifico affiora in superficie indifeso, circondato da acque profondissime e oscure, allo stesso modo la ragione cerca di farsi spazio per venire a galla dall’infinito e insondabile mare della dissennatezza.
*
Io non so ben ridire come né perché quella notte di luglio decisi di avventurarmi da solo lungo il sentiero, ma credo che la causa dell’irresponsabile azione si possa ascrivere a una semplice fissazione scaturita dal persistente e ossessivo bisbigliare a proposito dei recenti fatti accaduti lungo la strada per Roccamena, nei pressi del Ponte del Diavolo.
Il torrente che discende lento e tortuoso su un letto di rocce da uno dei verdi e rigogliosi poggi circostanti ha la propria sorgente a circa settecento metri d’altezza rispetto al livello del mare e attraversa l’intero paese più volte, per poi allontanarsene fino a passare sotto quel ponte e infine scendere a valle dove stancamente sul finire del percorso – e sui suoi stessi detriti – si arresta, dando vita al proprio conoide alluvionale. Erano state settimane, quelle appena trascorse, dal clima inquieto: pur trovandoci nel periodo più caldo dell’anno, la stagione estiva ci aveva sorpreso tutti esordendo fra gli inaspettati spettacoli pirotecnici di inattesi temporali a inizio giugno e le irregolari e inconsuete piogge, brevi ma frequenti e violente, che più volte avevano costretto molti a cercar riparo dall’acqua improvvisa, solitamente durante una insospettabile e apparentemente tipica giornata di sole.
Quella notte però, tutto sembrava immobile e silenzioso.
I fari della mia auto flebili faceano luce sul selciato, branditi da ossute dita d’alberi secchi e da sterpaglie, che lente protendevano come a ghermirne la luce mentre mi addentravo nell’oscurità.